venerdì, Febbraio 23, 2024

Lezioni dalla pandemia

In dialogo con Omar Al-Ubaydli su lockdown, innovazione, tracciamento, investimenti precauzionali

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Omar Al-Ubaydli è Direttore della Ricerca presso Derasat, Bahrain. I suoi interessi di ricerca riguardano politica economica, economia sperimentale e le economie dei Paesi GCC. Al-Ubaydli è stato membro del Commonwealth of Virginia’s Joint Advisory Board of Economists e Visiting Professor of Economics presso la University of Chicago. Pubblica regolarmente le sue ricerche in riviste accademiche peer-reviewed e i suoi articoli sono pubblicati, in arabo e in inglese, in riviste e blog come Al Hayat, The National, Forbes Opinion e US News.

“How coronavirus lockdowns can boost innovation” è il titolo della tua interessante riflessione pubblicata su Al Arabiya lo scorso 23 dicembre. Puoi aiutarci a capire meglio la tua tesi?

La chiave sta nel capire che, durante una pandemia, i lockdown aumentano l’innovazione rispetto ai contesti che non li applicano. L’idea di base è che i lockdown siano interventi sanitari efficaci che salvano vite e che mantengono i sistemi gestionali delle organizzazioni. Inoltre, i lockdown sono associati a una buona politica di governo, contribuendo a creare un ambiente più sicuro per gli investitori. I dati sull’innovazione durante la pandemia di influenza spagnola del 1918 supportano questa tesi.

In The Science of Where Magazine ci occupiamo principalmente del rapporto tra le nuove tecnologie e la società umana. Il tema della città, ovviamente, è uno dei nostri maggiori punti d’interesse. Certamente la pandemia ha cambiato i rapporti sociali ma, d’altra parte, ha accentuato la creatività, la necessità di guardare oltre. Il fattore tecnologico ha facilitato tutto questo?

Assolutamente. La diffusione della scienza è ora dominata dai media elettronici e il software avanzato ha reso facile la collaborazione dei team internazionali. Insieme, questi fattori hanno contribuito ad un’accelerazione del progresso scientifico.

Nei lockdown prolungati, secondo te, le classi dirigenti politiche hanno compreso l’importanza di ripensare città e territori dentro a fenomeni come la pandemia? La mia impressione è che il pensiero strategico sia ancora bloccato nei paradigmi del ventesimo secolo e che, di conseguenza, le decisioni politiche non siano in grado di anticipare né la pandemia né l’innovazione. Di quali visioni abbiamo bisogno?

Penso che ci sarà una grande riluttanza a ripensare le città perché le classi dirigenti politiche beneficiano enormemente del quadro esistente in virtù del fatto di essere loro stesse proprietarie nei centri urbani. Il cambiamento alla fine arriverà ma potrebbe essere a dispetto delle élite piuttosto che grazie a loro.

La pandemia e i lockdown, se da un lato aggravano problemi antichi e preesistenti, dall’altro ci immergono in una metamorfosi complessiva e complessa senza precedenti (penso all’istruzione, all’economia, alla natura del lavoro ma non solo). Possiamo essere positivi per il futuro e guardare, come si dice in Italia, al “bicchiere mezzo pieno”?

Nel complesso sì, a condizione che vengano messi in atto sistemi adeguati per affrontare le future pandemie. Ciò significa un tracciamento efficace dei contatti poiché questa è – a oggi – l’unica soluzione affidabile a lungo termine. In futuro, non possiamo permetterci la spesa fiscale che si è verificata in questa occasione, quindi sono fondamentali investimenti precauzionali migliori.

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