martedì, Aprile 13, 2021

Oltre il 2020

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Non solo a causa della pandemia, il 2020 sarà un anno che ricorderemo per molto tempo. Questo articolo non vuole ricordare avvenimenti o aprire prospettive.

La pandemia ha reso più evidenti problemi pre-esistenti sia a livello nazionale che a livello internazionale. Concentro questa riflessione su pochi punti, invitando tutti ad aderire a un dibattito globale sui “nodi” che caratterizzano il nostro tempo storico. Per questo, noi di The Science of Where Magazine pensiamo che sia decisivo lavorare con i think tank: oggi più che mai è richiesta una mentalità complessa e transdisciplinare.

Le parole-chiave di questo contributo sono: disuguaglianze, innovazione, tecnologia, città, cambiamenti climatici, conflitti, società umana.

DISUGUAGLIANZE: IL TRAUMA DEL NOSTRO TEMPO

L’accesso alla vita sembra un tema da privilegiati. È in gioco, e lo vediamo ogni giorno, una divaricazione non più sostenibile, all’interno degli Stati e a livello globale, tra chi può permettersi la vita e chi non riesce a vivere questo “lusso” pienamente. Tutto questo si colloca all’interno di un quadro più ampio: la crisi de-generativa delle democrazie liberali e dell’ordine che avevamo immaginato e costruito dopo le tragedie della seconda guerra mondiale e dei totalitarismi.

Le disuguaglianze (in tutti gli ambiti della convivenza) aumentano, e la pandemia le aggrava, laddove le istituzioni democratiche e la concezione liberale dell’economia (in un capitalismo che non problematizza i propri meccanismi ma che si “colora” di etica definendosi “sostenibile”) non riescono più a rispondere alle esigenze dei cittadini e perdono il loro senso: è attraverso le disuguaglianze che muore la politica novecentesca, non più in grado di governare fenomeni complessi e, sempre più spesso, imprevedibili.

INNOVAZIONE & TECNOLOGIA CI APPARTENGONO

La tecnologia viene dall’uomo e l’uomo deve servire. In questa sintesi c’è un pensiero in evoluzione sulle frontiere dell’innovazione tecnologica, talento dell’uomo che rischia di andargli contro. O la tecnologia è al servizio di un umanesimo integrale o diventa estremamente pericolosa per la sopravvivenza dell’uomo stesso.

Durante la pandemia abbiamo visto l’utilizzo di tecnologie “buone” sia per quanto riguarda le esigenze sanitarie e di monitoraggio sia rispetto alle pratiche di smart working e di e-learning. Sappiamo, però, che molte tecnologie presentano grandi rischi: è venuto il tempo di un investimento culturale straordinario per definire, tutti insieme, regole globali in grado di mettere tecnologia e sviluppo umano al centro della nostra vita.

L’innovazione è del tutto umana: l’uomo, infatti, è chiamato a ri-creare ciò che è creato e a custodirlo, migliorandolo attraverso le tecnologie.

RI-COSTRUIRE LA PROSSIMITA’

Il lavoro nelle città, al contempo luoghi locali e soggetti strategici, è d’innovazione per migliorare i servizi e per attrarre investimenti ed è culturale di promozione della prossimità e dello sviluppo umano.

I lockdown e le misure restrittive ci hanno fatto capire l’importanza della socialità e di tutto ciò che il vivere insieme, il con-dividere, comporta. Se la pandemia ci ha sospesi, la ripartenza va ri-pensata nel contesto di città tecnologicamente avanzate e umanamente sostenibili. Nella città mediamo le differenze, caratteristica ormai inedubile nel mondo interconnesso, viviamo il meticciato, costruiamo insieme l’oltre a partire dalla con-divisione di un nucleo fondante che non muore, il “bene comune” (ragione culturale e politica dello “stare insieme”).

IL CLIMA E I CONFLITTI NON (CI) ASPETTANO

Le decisioni politiche agiscono sempre di più a posteriori dei fenomeni. Non c’è traccia di visione strategica e ciò si vede, al contempo, nella crisi de-generativa delle democrazie liberali (immobili e prigioniere dei rapporti di potenza e con istituzioni incapaci di cogliere, accogliere e governare la flessibilità nel cambio di era in atto) e nel “rifugio” in sistemi autarchici che vorrebbero chiudersi e determinarsi del tutto.

I cambiamenti climatici, come la pandemia, superano i confini e rendono “sovrano” il livello globale delle sfide e dei problemi: se non capiamo questo, capovolgendo il nostro approccio, rischiamo di essere soggetti alla storia e non soggetti di storia.

Viviamo in un mondo percorso dai conflitti. Si tratta di situazioni rese insolubili da atteggiamenti in cui è prevalso, e continua a prevalere, l’interesse strategico e in cui è stato negato, e continua a essere negato, l’interesse dei popoli. L’elenco di tali conflitti è lungo, così come quello dei muri.

La politica deve interrogarsi sulla sua incapacità di visione: la mediazione, comunque importante ma piuttosto praticata come compromesso, non basta più.

SOCIETA’ UMANA

Le domande che ci poniamo sono: chi siamo e chi stiamo diventando ?

Come abbiamo cercato di argomentare, le “colpe” della pandemia riguardano l’aggravamento di problemi già esistenti.

Siamo una società che sembra aver sostituito la competizione alla solidarietà, la distanza alla prossimità, la purezza etnica all’inevitabile meticciato. Come ho avuto occasione di scrivere, le nostre società del terzo millennio non sono immuni dal pericolo totalitario. Qui non evoco possibili ritorni di forme totalitarie novecentesche ma sottolineo come quel pericolo ci appartenga e viva costantemente dentro e in mezzo a noi.

Chi scrive è appassionato di tecnologie nell’ambito di una società più umana. Abbiamo tutti la responsabilità di ri-pensare chi siamo e chi stiamo diventando: dobbiamo farlo con realismo e con visione, re-immaginando limiti che ci devono accompagnare (mediazione) e mai dimenticando che base dell’innovazione è sempre la tradizione.

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