sabato, Febbraio 24, 2024

DOMINIO CYBER, CITTÀ, SCIENZA DEL DOVE

Quando si dice cyber, molti pensano ancora a una dimensione lontana, impalpabile e dunque non appartenente alla realtà quotidiana. Occorre uscire da questo equivoco e “allargare” il nostro sguardo di realtà.

I Capi di Stato e di Governo, i responsabili delle Agenzie di Intelligence, i CEO delle grandi e medie aziende conoscono perfettamente il rischio del quinto dominio, quello cyber. Tale rischio è ancora poco conosciuto e “metabolizzato” a livello diffuso, popolare: anche se i notiziari ne parlano, fatica a passare l’idea che il nostro quadro di realtà si sia allargato a una dimensione che, erroneamente, consideriamo virtuale.

Il quinto dominio ci parla di una radicale metamorfosi in atto. Non possiamo più pensare la guerra esclusivamente come due eserciti che si confrontano su un terreno fisico. Oggi vi sono centrali del crimine nel mondo digitale che hanno ben compreso l’importanza di attaccare i sistemi degli avversari geopolitici laddove sono più scoperti: la gestione dei dati. La guerra, dunque, guarda a obiettivi del tutto nuovi rispetto al passato: è una guerra che entra nelle nostre vite, che blocca servizi essenziali, che mette in difficoltà quella convivenza che davamo per scontata. Le cyber war, in sostanza, sono tra noi: esse rappresentano la nuova forma della guerra e con questa dobbiamo fare i conti.

La risposta non può venire dagli Stati burocratici che conosciamo. Quelli, infatti, sono organizzati sulla base di antiche sovranità che oggi non hanno più senso. Sono elefanti che camminano in un mondo sempre più fluido e imprevedibile nel quale, dunque, sono destinati a soccombere.

Se la prossimità istituzionale continuerà a essere fondamentale negli anni a venire, il prossimo futuro sarà ad appannaggio delle città, veri luoghi geostrategici, più che degli Stati. È in esse, infatti, che si giocano e si giocheranno le sfide “glocali”.

Le città, dunque, sono al centro del progetto geostrategico che oggi non abbiamo in chiave sistemica, di una interrelazione non separabile tra flussi globali e territoriali. Lì, attraverso le tecnologie della “scienza del dove”, è già possibile elevare le qualità positive del mondo digitale, proteggendo i dati e costruendo una sicurezza nell’ordinarietà. È governando con visione e progetto, infatti, che si può limitare il ricorso – oggi eccessivo – alla straordinarietà. Ciò che chiamiamo “nuova normalità” è per noi l’attività ordinaria delle istituzioni in un quadro di progressiva consapevolezza dei rischi in essere e in divenire.

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