Storia politica e costituzionale delle midterm elections americane, dalle origini al 2026
allorquando il 3 novembre gli elettori saranno chiamati alle urne per la bisogna per la sessantesima volta.
Il Presidente non è sulla scheda elettorale ma è lui che si giudica.
di Mauro della Porta Raffo
Presidente onorario della Fondazione Italia USA
Varese, 3 novembre 2026
Si chiamano comunemente midterm elections. Tutto attaccato, sia consentita subito la pignoleria.
Sono le elezioni che si svolgono negli Stati Uniti a metà del mandato quadriennale del Presidente.
Il Presidente non viene eletto.
Il suo nome non compare sulla scheda.
Eppure, quasi sempre, è soprattutto lui a essere votato.
O, più esattamente, giudicato.
Le midterm costituiscono infatti il più grande processo politico periodicamente celebrato nei confronti di un uomo che non è formalmente candidato.
Il verdetto non lo caccia dalla Casa Bianca.
Può però togliergli il Congresso, paralizzarne il programma, sottoporlo a inchieste, respingerne le nomine, impedirgli di governare e, nei casi estremi, preparare contro di lui un procedimento di impeachment.
Sono, in definitiva, una delle più raffinate invenzioni – non deliberatamente pensate come tali, ma prodotte dal funzionamento della Costituzione – del sistema americano dei pesi e contrappesi.
Un Presidente viene eletto per quattro anni.
La Camera dei Rappresentanti viene rinnovata interamente ogni due.
Il Senato dura per sempre, poiché non viene mai sciolto, ma i senatori restano in carica sei anni e sono divisi in tre classi, una delle quali viene sottoposta al voto ogni biennio.
Ne consegue che il popolo americano, trascorsi appena due anni dall’insediamento di un Presidente, può già correggere la scelta compiuta.
Non sostituendo il Presidente.
Limitandolo.
È la differenza, capitale, tra la forma di governo presidenziale americana e quelle parlamentari europee.
Negli Stati Uniti non esistono elezioni politiche anticipate.
Non si torna alle urne perché un governo è caduto, perché una maggioranza si è dissolta o perché il Presidente spera di approfittare di un momento favorevole.
Il calendario non appartiene al governante.
Appartiene alla Costituzione.
Non nacquero come “midterm”
I Padri Fondatori non usarono l’espressione midterm elections.
Non concepirono un apposito referendum di metà mandato sul Presidente.
Stabilirono semplicemente durate diverse per le differenti magistrature federali.
Due anni per i rappresentanti.
Quattro per il Presidente.
Sei per i senatori.
A vita, salvo dimissioni o rimozione, per i giudici della Corte Suprema.
Ogni potere vive pertanto secondo un proprio orologio.
La Camera rappresenta l’opinione pubblica nel suo mutare più immediato.
Il Senato garantisce la continuità.
Il Presidente dispone di un tempo sufficientemente lungo per governare.
La Corte Suprema sottrae, almeno teoricamente, il diritto costituzionale alle passioni elettorali.
James Madison, Alexander Hamilton e gli altri costituenti diffidavano del potere.
Di ogni potere.
Anche di quello esercitato dal popolo.
Soprattutto quando il popolo fosse stato dominato da una passione momentanea.
La Camera doveva riflettere quelle passioni.
Il Senato raffreddarle.
La Presidenza indirizzarle.
La Corte giudicarle.
In origine, inoltre, soltanto i membri della Camera erano eletti direttamente dagli aventi diritto al voto.
I senatori venivano scelti dalle assemblee legislative dei singoli Stati.
La partecipazione popolare diretta alle midterm, pertanto, riguardava essenzialmente la Camera e le molte cariche statali e locali sottoposte contemporaneamente al voto.
Soltanto con il Diciassettesimo Emendamento, ratificato nel 1913, i senatori federali furono eletti direttamente dal popolo.
Le elezioni del 1914 furono le prime nelle quali tutte le consultazioni senatoriali avvennero secondo il nuovo sistema.
Prima, l’elezione spettava alle legislature degli Stati. Senato degli Stati Uniti.
Da allora, le midterm assunsero compiutamente la fisionomia odierna.
L’intera Camera, circa un terzo del Senato, numerosi governatori, assemblee statali, sindaci, giudici, procuratori, sceriffi e una quantità per noi quasi inconcepibile di funzionari pubblici.
Negli Stati Uniti si vota su tutto.
E si vota spesso.
Forse troppo.
Ma non inutilmente.
Le prime verifiche presidenziali
Le elezioni del 1790 furono le prime che oggi definiremmo di metà mandato.
Presidente era George Washington.
Non esistevano ancora partiti organizzati nel senso moderno, ma stavano già formandosi le due correnti dalle quali sarebbe nata la prima contrapposizione politica nazionale.
Da una parte i federalisti di Alexander Hamilton, dall’altra i repubblicani jeffersoniani.
È bene ricordarlo.
I partiti americani nacquero malgrado i Padri Fondatori.
Quasi tutti li temevano.
Quasi tutti, tuttavia, finirono per appartenervi.
Le prime consultazioni di metà mandato non furono ancora plebisciti nazionali sul Presidente.
La politica restava fortemente locale.
Le comunicazioni erano lente.
Il suffragio ristretto.
Le candidature dipendevano dalle élite dei singoli Stati.
Con il consolidarsi dei partiti e con l’allargamento del diritto di voto agli uomini bianchi, le elezioni congressuali divennero però sempre più chiaramente un giudizio sull’amministrazione in carica.
Andrew Jackson comprese meglio di chiunque lo avesse preceduto che la Presidenza poteva trasformarsi in rappresentanza diretta del popolo.
Egli non riteneva di essere soltanto il capo dell’Esecutivo.
Si considerava l’interprete della volontà nazionale.
La sua figura dominò quindi anche le elezioni nelle quali non era candidato, inaugurando quella che sarebbe diventata una costante.
Il Presidente si appropria delle vittorie del suo partito e cerca di prendere le distanze dalle sconfitte.
Operazione, quest’ultima, assai più difficile.
Il 1846, la guerra sottoposta al voto
Le elezioni del 1846 si svolsero durante la guerra contro il Messico voluta dal democratico James Knox Polk.
I Whigs, contrari o comunque critici nei confronti del conflitto e dell’espansione della schiavitù nei territori conquistati, ottennero il controllo della Camera.
Fra gli eletti figurava un deputato dell’Illinois destinato a un unico mandato congressuale: Abramo Lincoln.
Fu alla Camera che Lincoln presentò le celebri Spot Resolutions, chiedendo al Presidente Polk di indicare il punto esatto, lo spot, nel quale il sangue americano sarebbe stato versato in territorio americano, secondo la giustificazione fornita per iniziare la guerra.
Già allora, pertanto, le midterm permisero al Congresso di contestare la narrazione presidenziale di un conflitto.
Il Presidente comanda le Forze Armate.
Ma è il Congresso a votare i finanziamenti, a condurre inchieste e a dare voce al dissenso.
Vietnam, Iraq e Afghanistan erano ancora lontanissimi.
Il problema era già presente.
Il 1854, un’elezione distrugge un sistema politico
Non tutte le midterm correggono.
Alcune demoliscono.
Le elezioni del 1854 furono provocate politicamente dal Kansas-Nebraska Act, sostenuto dall’amministrazione democratica di Franklin Pierce.
La legge rimetteva in discussione il compromesso che aveva limitato l’estensione della schiavitù nei territori occidentali.
Il risultato fu un terremoto.
I Democratici furono duramente sconfitti.
Il Partito Whig, già morente, si disgregò.
Avanzarono i Know Nothings e le differenti coalizioni contrarie alla schiavitù.
Soprattutto, cominciò a prendere forma nazionale il nuovo Partito Repubblicano.
Una consultazione di metà mandato contribuì quindi alla fine del cosiddetto Secondo Sistema partitico e alla nascita dello schieramento che, sei anni dopo, avrebbe portato Lincoln alla Casa Bianca.
Le elezioni non evitarono la Guerra di Secessione.
Mostrarono che la vecchia architettura politica non era più in grado di contenerne le cause.
Il 1862, Lincoln perde voti ma non la guerra
Nel novembre del 1862 la Guerra di Secessione durava da più di un anno e mezzo.
Le vittorie definitive dell’Unione erano ancora lontane.
Le perdite umane apparivano spaventose.
Lincoln aveva annunciato il Proclama di Emancipazione, destinato a entrare in vigore il primo gennaio seguente.
I Repubblicani persero numerosi seggi alla Camera, pur conservandone il controllo grazie anche agli unionisti loro alleati.
Fu un voto di malcontento.
Non una sconfessione definitiva.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti delle midterm. Possono indebolire un Presidente senza impedirgli di compiere quanto la Storia riconoscerà in seguito come necessario.
L’elettore del 1862 non conosceva Appomattox.
Non sapeva che Lincoln avrebbe vinto la guerra, salvato l’Unione e reso irreversibile l’abolizione della schiavitù.
L’imputato, ancora una volta, non conosceva il futuro.
E neppure il giudice elettorale.
Il 1874, la Ricostruzione si incrina
Le elezioni del 1874 cambiarono la storia della Ricostruzione.
Il Presidente era Ulysses Simpson Grant.
La crisi economica iniziata l’anno precedente, gli scandali dell’amministrazione, la stanchezza del Nord nei confronti dell’occupazione militare degli ex Stati confederati e il risorgere del potere politico bianco meridionale produssero una travolgente vittoria democratica alla Camera.
Per la prima volta dalla vigilia della Guerra di Secessione, i Democratici ne riconquistarono il controllo.
Non fu soltanto un’alternanza parlamentare.
Fu il segnale che la volontà del Nord di proteggere politicamente e militarmente i liberti stava venendo meno.
Tre anni dopo, il compromesso seguito alla contestata elezione presidenziale del 1876 avrebbe condotto al ritiro delle residue truppe federali dal Sud.
La Ricostruzione finiva.
Cominciava la lunga rivincita dei “Borboni” d’America, dei Redeemers, delle leggi Jim Crow e della segregazione.
Una midterm, dunque, può determinare non semplicemente il destino di un Presidente, ma quello di milioni di persone che non dispongono ancora della forza necessaria per difendere da sole i propri diritti.
1890 e 1894, due valanghe
Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, le elezioni di metà mandato dimostrarono una violenza politica oggi spesso dimenticata.
Nel 1890, durante la Presidenza del repubblicano Benjamin Harrison, il suo partito fu travolto alla Camera. Pesavano il McKinley Tariff, l’aumento dei prezzi, le tensioni agricole e la reazione contro un Congresso giudicato prodigo e arrogante.
Quattro anni dopo toccò ai Democratici.
Grover Cleveland, tornato alla Casa Bianca nel 1893 dopo avervi già vissuto dal 1885 al 1889 (primo Presidente a conseguire due mandati non consecutivi, fino al ritorno di Donald Trump nel 2025) si trovò ad affrontare la gravissima depressione economica seguita al Panic of 1893.
Nel 1894 i Democratici persero oltre centoventi seggi.
Fu il più grande rovesciamento verificatosi in una sola elezione nella storia della Camera.
Non aveva vinto soltanto il Partito Repubblicano.
Era terminato un equilibrio politico.
Le elezioni presidenziali del 1896, con William McKinley contro William Jennings Bryan, avrebbero confermato il nuovo assetto.
1910 e 1918, il Presidente processato dal proprio tempo
William Howard Taft, eletto nel 1908 come erede di Theodore Roosevelt, si rivelò assai meno capace del predecessore di governare le diverse anime repubblicane.
Nel 1910 i Democratici conquistarono la Camera per la prima volta dal 1894.
La sconfitta mise in evidenza la frattura tra conservatori e progressisti repubblicani.
Due anni dopo Roosevelt, insoddisfatto di Taft, avrebbe fondato il Partito Progressista, dividendo i Repubblicani e consentendo al democratico Woodrow Wilson di entrare alla Casa Bianca.
Le midterm del 1910 prepararono pertanto l’elezione presidenziale del 1912.
Quelle del 1918 furono ancora più direttamente nazionali.
La Prima Guerra Mondiale non era ancora formalmente conclusa quando si votò.
Wilson chiese agli americani di eleggere un Congresso democratico, trasformando esplicitamente la consultazione in una prova di fiducia personale.
Gli elettori gli risposero consegnando entrambe le Camere ai Repubblicani.
La sconfitta rese più difficile la battaglia per la ratifica del Trattato di Versailles e per l’ingresso degli Stati Uniti nella Società delle Nazioni.
Wilson aveva preteso un plebiscito.
Lo aveva perduto.
Franklin Delano Roosevelt: l’eccezione e il limite
Quasi sempre il partito del Presidente perde seggi nelle elezioni di metà mandato.
La ragione è insieme politica e psicologica.
Nel voto presidenziale il vincitore mobilita un’ampia coalizione, suscita speranze, trascina candidati minori e beneficia dell’elevata partecipazione.
Due anni dopo, una parte di quell’entusiasmo si è consumata.
Gli scontenti votano.
I soddisfatti più facilmente restano a casa.
Il Presidente ha dovuto decidere e, decidendo, ha inevitabilmente deluso qualcuno.
Franklin Delano Roosevelt costituisce una delle grandi eccezioni.
Nel 1934, due anni dopo la sua prima elezione e nel pieno del New Deal, i Democratici aumentarono la propria rappresentanza in entrambe le Camere.
Il Paese, ancora sconvolto dalla Grande Depressione, non punì il Presidente.
Gli chiese di continuare.
Roosevelt interpretò il risultato come un mandato a rendere più incisivo il New Deal.
Sicurezza sociale, tutela del lavoro, tassazione delle grandi ricchezze, più forte presenza federale nell’economia.
Ma nel 1938, dopo la recessione del 1937, il tentativo fallito di ampliare la Corte Suprema e le tensioni interne al partito, i Democratici persero settantadue seggi alla Camera.
Conservarono la maggioranza, ma nacque la coalizione conservatrice formata da Repubblicani e Democratici del Sud.
Il Presidente restava fortissimo.
Il suo potere legislativo non era più quello di prima.
La lezione è evidente.
Anche il più grande dei Presidenti americani può ricevere dagli elettori un ordine di avanzare e, quattro anni dopo, un ordine di fermarsi.
1946, “Ne avete avuto abbastanza?”
Harry Truman aveva ereditato nell’aprile del 1945 la Presidenza, la guerra e un mondo intero da ricostruire.
Nel 1946 gli americani erano stanchi delle restrizioni, degli scioperi, dell’inflazione e di sedici anni di dominio democratico.
Lo slogan repubblicano domandava:
“Had enough?”
“Ne avete avuto abbastanza?”
Evidentemente sì.
I Repubblicani conquistarono entrambe le Camere per la prima volta dal 1930.
Fu il Congresso che approvò, superando il veto di Truman, il Taft-Hartley Act, destinato a limitare il potere sindacale.
Tutti considerarono il Presidente finito.
Truman reagì attaccando il Congresso repubblicano, convocandolo persino in sessione speciale e accusandolo di non fare quanto aveva promesso.
Nel 1948 percorse il Paese in treno, combattendo personalmente una campagna data per perduta.
Vinse.
Le midterm possono pronunciare una condanna politica.
Non sempre sono definitive.
Dal 1954 al 1994, la lunga Camera democratica
Nel 1954, durante la Presidenza di Dwight Eisenhower, i Democratici riconquistarono entrambe le Camere.
La Camera sarebbe rimasta nelle loro mani per quarant’anni consecutivi.
È uno dei dati indispensabili per comprendere la seconda metà del Novecento americano.
I Presidenti repubblicani Eisenhower, Nixon, Ford, Reagan e George Herbert Walker Bush dovettero governare per lunghi periodi confrontandosi con una Camera democratica.
Non per questo gli Stati Uniti divennero ingovernabili.
Si trattava di un’epoca nella quale i due partiti erano coalizioni assai meno ideologicamente uniformi delle attuali.
Esistevano Democratici conservatori del Sud e Repubblicani liberali del Nord-Est.
Un Presidente poteva perdere alcuni esponenti del proprio partito e trovare sostegno nell’altro.
Il governo diviso non significava necessariamente paralisi.
Talvolta significava trattativa.
Parola, quest’ultima, oggi caduta quasi in disuso.
Il 1966, Lyndon Johnson e il confine della Grande Società
Nel 1964 Lyndon Baines Johnson aveva sconfitto Barry Goldwater in proporzioni gigantesche e ottenuto un Congresso favorevole alla più grande stagione riformatrice dai tempi di Roosevelt.
Diritti civili.
Diritto di voto.
Medicare.
Medicaid.
Lotta alla povertà.
Immigrazione.
Istruzione.
Ambiente.
La Great Society.
Nel 1966, tuttavia, la guerra del Vietnam, i disordini urbani, le tensioni razziali e la reazione conservatrice provocarono una forte avanzata repubblicana.
I Democratici conservarono ampiamente entrambe le Camere, ma Johnson perse la maggioranza politica effettiva necessaria a proseguire con lo stesso slancio.
Fra i nuovi governatori repubblicani eletti quell’anno figurava, in California, Ronald Reagan.
Le midterm non fermarono immediatamente la Grande Società.
Segnalarono però che la stagione apertasi nel 1964 stava cambiando.
Il 1974: il fantasma di Nixon
Richard Nixon si era dimesso il 9 agosto 1974.
Quando gli americani votarono, meno di tre mesi dopo, il suo nome non era sulla scheda e lui non era più Presidente.
Eppure, era ovunque.
Il Watergate travolse i Repubblicani.
I Democratici guadagnarono quarantanove seggi alla Camera e rafforzarono il proprio controllo del Senato.
Arrivarono a Washington i cosiddetti Watergate Babies, una nuova generazione di parlamentari decisa a controllare i servizi segreti, limitare gli abusi dell’Esecutivo e riformare il funzionamento del Congresso.
A pagare fu Gerald Ford, che non aveva partecipato allo scandalo ma aveva concesso a Nixon la grazia presidenziale.
Le elezioni del 1974 dimostrano che nelle midterm può essere processato perfino un Presidente che non è più in carica.
Reagan, sconfitto nel 1982, vincitore nel 1986 e tuttavia perdente
Nel 1982 la recessione e l’elevata disoccupazione costarono ai Repubblicani di Ronald Reagan ventisei seggi alla Camera.
I Democratici ne conservarono saldamente il controllo.
Due anni dopo Reagan fu rieletto conquistando quarantanove Stati su cinquanta.
Non aveva dunque perduto il Paese.
Aveva perduto una consultazione di metà mandato in un momento economicamente sfavorevole.
Nel 1986 si verificò qualcosa di diverso.
La Camera restò democratica e il Partito Repubblicano perse il Senato, conquistato sei anni prima sull’onda della prima vittoria reaganiana.
Da quel momento, negli ultimi due anni della sua Presidenza, Reagan dovette fronteggiare un Congresso interamente controllato dall’opposizione.
Nonostante ciò, poté negoziare importanti accordi con Michail Gorbaciov e promuovere una riforma fiscale bipartisan.
Il governo diviso limitava.
Non annullava.
1994, la rivoluzione di Newt Gingrich
Bill Clinton era stato eletto nel 1992 ponendo fine a dodici anni di Presidenze repubblicane.
Due anni dopo, il tentativo fallito di riformare il sistema sanitario, le polemiche sulle armi, l’energia della destra conservatrice e la capacità organizzativa di Newt Gingrich produssero un risultato storico.
Con il Contract with America, i Repubblicani conquistarono entrambi i rami del Congresso.
Alla Camera ottennero la maggioranza per la prima volta dal 1954.
Quarant’anni di dominio democratico terminarono in una notte.
Gingrich trasformò elezioni un tempo locali in una campagna nazionale, imponendo ai candidati repubblicani un programma comune.
Le midterm moderne nacquero in larga parte allora.
Il singolo deputato contava sempre meno come personalità autonoma del proprio distretto.
Sempre più contava l’etichetta nazionale del partito.
Clinton, dato anch’egli per finito, comprese il messaggio, si spostò verso il centro, affrontò Gingrich sul terreno del bilancio federale e nel 1996 venne rieletto.
Come Truman, sopravvisse alla propria condanna di metà mandato.
1998 e 2002, due rarissime eccezioni
Nel 1998 i Repubblicani tentarono di trasformare le elezioni in un verdetto morale contro Clinton, coinvolto nello scandalo Lewinsky e minacciato dall’impeachment.
Accadde l’opposto.
I Democratici guadagnarono seggi alla Camera.
Pochi, ma sufficienti a rendere il risultato eccezionale.
Il partito del Presidente, nel suo secondo mandato, anziché arretrare avanzava.
L’opinione pubblica giudicò eccessiva l’offensiva repubblicana.
Gingrich lasciò la guida del partito.
Nel 2002 si verificò un’altra eccezione.
Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, George Walker Bush godeva ancora di un fortissimo sostegno nazionale.
I Repubblicani aumentarono i propri seggi sia alla Camera sia al Senato.
Per un Presidente repubblicano era un risultato che non si verificava dal 1934 – se guardiamo al guadagno simultaneo nelle due Camere – e che confermava quanto una crisi nazionale possa temporaneamente sospendere la consueta punizione di metà mandato.
Temporaneamente.
2006: l’Iraq presenta il conto
Quattro anni dopo, la guerra in Iraq, iniziata nel 2003 e sempre più impopolare, gli scandali congressuali e l’insoddisfazione nei confronti dell’amministrazione Bush determinarono la vittoria democratica in entrambe le Camere.
Nancy Pelosi divenne la prima donna nella storia americana a ricoprire la carica di Speaker della Camera.
Donald Rumsfeld lasciò il Pentagono.
Le midterm avevano modificato la conduzione politica della guerra e preparato il terreno alla campagna presidenziale del 2008.
Ancora una volta un conflitto combattuto lontano veniva giudicato nei distretti congressuali dell’Ohio, della Pennsylvania, della Virginia e degli altri Stati decisivi.
In America la politica estera non resta mai interamente estera.
Prima o poi torna a casa.
2010: l’onda del Tea Party
Barack Obama era entrato alla Casa Bianca nel 2009 accompagnato da enormi aspettative e da solide maggioranze congressuali.
La crisi economica, il costo politico della riforma sanitaria, l’opposizione alla crescita della spesa federale e la mobilitazione del Tea Party produssero nel 2010 una delle più gravi sconfitte subite dal partito di un Presidente.
I Democratici persero sessantatré seggi e la maggioranza alla Camera.
Obama la definì una shellacking, una batosta.
I Repubblicani non conquistarono allora il Senato, ma ottennero grandi successi nelle assemblee e nei governatorati statali.
Il particolare è fondamentale.
Proprio nel 2010 si svolgeva il censimento decennale, dopo il quale sarebbero state ridisegnate le circoscrizioni elettorali.
Vincere negli Stati significò per i Repubblicani poter incidere profondamente sulle mappe congressuali del decennio successivo.
Non tutte le vittorie elettorali valgono soltanto per il mandato immediatamente seguente.
Alcune ridisegnano il campo sul quale saranno combattute le battaglie future.
Nel 2014, durante il secondo mandato di Obama, i Repubblicani conquistarono anche il Senato.
Il Presidente, ancora una volta, rimaneva alla Casa Bianca ma perdeva il potere di tradurre liberamente il proprio programma in legge.
2018: Trump mobilita i propri avversari
Donald Trump aveva vinto nel 2016 pur ottenendo nel voto popolare nazionale meno suffragi di Hillary Clinton.
Due anni dopo, la sua personalità, il suo linguaggio, le battaglie sull’immigrazione, il tentativo di abolire la riforma sanitaria di Obama e la mobilitazione dell’elettorato femminile e suburbano produssero una forte reazione democratica.
Nel 2018 i Democratici guadagnarono quarantuno seggi e ripresero il controllo della Camera.
I Repubblicani, tuttavia, rafforzarono la maggioranza al Senato.
Il risultato dimostrò che una stessa elezione può contenere due verdetti differenti.
La Camera, eletta per distretti e interamente rinnovata, punì il Presidente.
Il Senato, nel quale veniva rinnovata soltanto una classe particolarmente sfavorevole ai Democratici, lo premiò.
La geografia viene prima della matematica.
E la composizione dei seggi in palio viene prima delle percentuali nazionali.
La Camera democratica avviò inchieste sull’amministrazione e approvò per due volte, nel 2019 e nel 2021, articoli di impeachment contro Trump.
Il Senato, rimasto repubblicano nel primo caso, lo assolse.
Ecco i pesi.
Ecco i contrappesi.
Ecco perché una midterm può dividere il potere senza risolvere il conflitto.
2022: la grande onda che non arrivò
Nel 2022 quasi tutti prevedevano una vasta “onda rossa” repubblicana.
Joe Biden era impopolare.
L’inflazione elevata.
Il partito del Presidente, secondo la regola storica, avrebbe dovuto subire una pesante sconfitta.
I Repubblicani conquistarono effettivamente la Camera, ma con un guadagno assai inferiore alle aspettative.
I Democratici conservarono il controllo del Senato e vi migliorarono la propria posizione elettorale.
Pesavano la decisione della Corte Suprema che aveva eliminato la tutela costituzionale federale dell’aborto, la qualità di alcuni candidati repubblicani, il ricordo dell’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e la presenza politica, benché non sulla scheda, di Donald Trump.
Biden perse la Camera, come era avvenuto a Clinton nel 1994 e a Obama nel 2010.
Ma evitò la disfatta.
La partecipazione restò inoltre molto elevata per una consultazione non presidenziale.
Secondo il Census Bureau nel 2022 oltre il cinquantadue per cento della popolazione in età di voto si recò alle urne, una quota nettamente superiore a quella di molte precedenti elezioni di metà mandato.
La polarizzazione aveva cambiato perfino l’astensione.
Quando gli elettori considerano ogni consultazione una battaglia per la sopravvivenza dell’America, anche le midterm cessano di apparire minori.
2026, il secondo Trump davanti al giudizio
E arriviamo all’oggi.
Si vota per rinnovare tutti i quattrocentotrentacinque seggi della Camera, trentatré seggi ordinari del Senato e due seggi senatoriali attraverso elezioni speciali, in Florida e in Ohio.
Saranno inoltre eletti trentasei governatori statali e tre territoriali, insieme a migliaia di titolari di cariche statali e locali.
Le elezioni cadono a metà del secondo mandato, non consecutivo, di Donald Trump.
Una situazione senza precedenti veri.
Grover Cleveland aveva già ottenuto due mandati separati, ma il sistema politico, il ruolo della Presidenza, i mezzi di comunicazione e la partecipazione popolare di fine Ottocento appartenevano a un altro mondo.
Trump affronta invece le midterm dopo avere dominato la politica americana per un intero decennio.
Vinse nel 2016.
Perse nel 2020.
Tornò e vinse nel 2024.
Anche quando non era Presidente, rimase il centro attorno al quale si organizzavano tanto il Partito Repubblicano quanto i suoi avversari.
Nel 2026 il suo nome non compare sulla scheda.
Ancora meno che in altre occasioni, però, sarà possibile fingere che non si voti su di lui.
Gli elettori sono chiamati a giudicare la seconda amministrazione Trump, l’economia, i dazi, l’immigrazione, la politica estera, i conflitti internazionali, l’uso del potere esecutivo e l’identificazione ormai quasi completa del Partito Repubblicano con la sua persona.
Dovranno decidere se lasciargli un Congresso favorevole o se introdurre un nuovo ostacolo istituzionale negli ultimi due anni del mandato.
Alla Camera, dove la maggioranza repubblicana uscita dal 2024 è stata estremamente ridotta, pochi collegi possono cambiare il controllo dell’assemblea.
Al Senato il terreno è differente.
Soltanto una parte dei seggi è in palio e la distribuzione geografica può contraddire l’orientamento nazionale.
È sempre accaduto.
Le midterm non sono un unico scrutinio.
Sono centinaia di elezioni simultanee che noi, per necessità giornalistica e desiderio di ordine, trasformiamo in una sola storia.
Una legge quasi costante
La regola vuole che il partito del Presidente perda seggi.
Accade perché la coalizione vincente di due anni prima si smobilita.
Perché l’opposizione è più arrabbiata.
Perché il Presidente non è fisicamente sulla scheda e non trascina i propri elettori occasionali.
Perché ogni amministrazione accumula inevitabilmente errori, scandali, promesse non mantenute e vittime delle proprie decisioni.
Perché l’elettore americano, dopo avere dato il potere, prova spesso il bisogno di limitarlo.
Esistono eccezioni importanti.
Il 1934 con Franklin Roosevelt, il 1998 con Bill Clinton, il 2002 con George Walker Bush.
Ma proprio perché rare vengono ricordate.
La normalità è la punizione.
Non necessariamente perché gli americani si siano pentiti di avere eletto il Presidente.
Possono volere lui alla Casa Bianca e, contemporaneamente, desiderare che qualcuno lo sorvegli.
Contraddizione?
No.
Costituzione.
Il popolo vota anche ciò che non conosce
Si dice frequentemente che gli americani votino nelle elezioni congressuali pensando alle grandi questioni nazionali.
Vero.
Ma votano anche per ragioni locali, personali, economiche, razziali, religiose e perfino familiari.
Un candidato può sopravvivere a un’ondata nazionale perché è conosciuto e stimato nel proprio distretto.
Un altro può essere travolto da una frase infelice, da uno scandalo o da una modifica dei confini elettorali.
Al Senato, poi, il Wyoming e la California eleggono ciascuno due senatori, sebbene la popolazione della seconda sia enormemente maggiore.
Volle così il compromesso costituzionale del 1787.
Ne consegue che la maggioranza nazionale dei voti non coincide necessariamente con la maggioranza dei seggi.
La democrazia americana non è stata concepita come semplice governo aritmetico della maggioranza.
È un accordo fra popolo, Stati e istituzioni.
Si può criticarlo.
Non lo si può comprendere ignorandone l’origine.
Le elezioni che non eleggono il Presidente
Le midterm elections sono state di volta in volta.
Il giudizio sulla guerra contro il Messico nel 1846.
La distruzione del vecchio sistema partitico nel 1854.
Il voto sulla condotta della Guerra di Secessione nel 1862.
L’inizio della fine della Ricostruzione nel 1874.
La condanna economica del 1894.
La sconfitta dell’internazionalismo wilsoniano nel 1918.
La conferma del New Deal nel 1934.
Il limite imposto a Roosevelt nel 1938.
Il rifiuto di Truman nel 1946.
Il principio della reazione alla Grande Società nel 1966.
Il giudizio postumo su Nixon nel 1974.
La battuta d’arresto reaganiana nel 1982.
La rivoluzione repubblicana del 1994.
Il rigetto dell’accanimento contro Clinton nel 1998.
La risposta patriottica all’11 settembre nel 2002.
Il conto presentato per l’Iraq nel 2006.
L’insurrezione del Tea Party nel 2010.
Il primo argine congressuale a Trump nel 2018.
L’onda repubblicana mancata del 2022.
Saranno, nel 2026, qualcos’altro ancora.
Il Presidente non viene eletto.
Resta in carica qualunque sia il risultato.
Ma la Presidenza che esce dalle urne non è mai esattamente la stessa che vi era entrata.
Può essere confermata.
Ammonita.
Imbrigliata.
Talvolta, politicamente dimezzata.
È questa la vera funzione delle elezioni di metà mandato.
Non scegliere un nuovo sovrano.
Ricordare a quello in carica che sovrano non è.


