martedì, Giugno 15, 2021

Pace in Yemen. Si può fare

The Science of Where Magazine incontra l’Ambasciatore Mario Boffo, già Ambasciatore d’Italia in Yemen e Arabia Saudita. 
L’Ambasciatore Boffo è autore, tra gli altri, del libro “Yemen l’eterno” (Stampa Alternativa, 2019).
Yemen leterno. Un viaggio emozionale nella vita e nella storia - Mario Boffo - copertina

Ambasciatore Boffo, partiamo dall’attualità dello Yemen. Con realismo, quali sono le possibili prospettive di soluzione della crisi ? C’è il rischio che il conflitto in atto si trasformi in una guerra civile? 

Le prospettive sarebbero facilitate se vi fosse un sincero, attivo e concorde concorso della cosiddetta comunità internazionale e se veramente tutti i Paesi coinvolti smettessero di vendere armi alle parti. Per ora il Regno Unito ha aumentato le proprie vendite, compensando quindi la temporanea cessazione di rifornimenti americani, e l’Iran non sembra aver attenuato il proprio sostegno agli Houti.

Il processo di pace, che tutti auspichiamo, sarà a sua volta complesso. Infatti, a parte le logiche geopolitiche internazionali e la “guerra per procura” fra Riad e Teheran, che pure è vera, il conflitto è radicato su logiche interne allo Yemen, basate anche sulla storia del Paese. La ribellione della regione di Sada’, quindi degli Houti, poggia sul fatto che tale regione si considera il cuore storico dello stato yemenita, sorto un migliaio di anni fa, e ritiene di essere stata emarginata dallo sviluppo dello Yemen repubblicano, soprattutto quando l’unificazione del Paese fra Nord e Sud (realizzata dapprima sulla base di accordi nel 1990, poi con una guerra civile nel 1994) veicolò la maggior parte degli investimenti pubblici verso l’antica Repubblica Popolare. La regione, inoltre, era stata strenua difenditrice della monarchia nella lunga guerra civile che fece seguito al colpo di stato repubblicano del Generale Sallal nel 1962, e non si sentì mai del tutto integrata con il nuovo Yemen. Il conflitto, quindi, non è stato causato e alimentato solo dalle ingerenze iraniane. Esso è anche frutto del senso di emarginazione, del revanchismo storico e della visione tradizionale e integralista dello Yemen nutrita presso gli ambienti zayditi di Sada’. Questi hanno animato la rivolta che ha poi condotto alla guerra, dopo aver causato e alimentato anche le sei guerre che i ribelli condussero fra il 2000 e il 2010 contro il governo dell’allora Presidente Ali Abdallah Saleh, che in seguito si alleò con gli Houti, mettendo a loro disposizione gli arsenali militari e le componenti dell’esercito che pur dopo la deposizione del 2010 ancora controllava, e che fu successivamente ucciso dagli stessi ribelli perché aveva cominciato a promuovere l’ipotesi di intavolare con Riad conversazioni per la pace.

La componente dello Yemen rappresentata dagli Houti, dovrà quindi confrontarsi con altre realtà del Paese: quelle che afferiscono alla componente repubblicana del General People’s Congress, per ora loro alleate; quelle che afferiscono al partito Al Islah, di ispirazione “Fratelli Mussulmani”, che si è schierato con il governo internazionalmente riconosciuto di Mansour Hadi; quelle dell’antico stato indipendente del Sud e delle sue componenti indipendentiste; quelle che fanno capo alle diverse identità tribali, che nello Yemen posseggono una grande influenza. Che la “guerra per procura” possa trasformarsi in una guerra civile interna è un’ipotesi purtroppo realistica. Un’ipotesi alternativa è che gli Houti si accontentino dei territori ora controllati e che si profili una soluzione di separazione fra due Yemen.

Tuttavia anche così non è tutto scontato, perché la chiave di una possibile pacificazione (unitaria o separatista) passa per il controllo della regione di Marib, sede delle principali risorse di idrocarburi, nonché delle più pregiate testimonianze archeologiche degli antichi regni, e quindi oggetto dei potenziali effetti benefici del turismo, che negli anni precedenti alla crisi ha rappresentato per il Paese un considerevole fonte di risorse.

A Natale 2020 in Yemen è stato costituito un governo di pacificazione con i separatisti. Ciò non è piaciuto alle fazioni filo-iraniane che hanno continuato negli atti terroristici nei confronti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Secondo lei, chi non vuole la pace e perché? 

Difficile rispondere in questi termini, perché, come tutte le guerre, anche questa è condizionata da un vortice di interessi, diffidenze, ambizioni, influenze esterne; un vortice non sempre razionale e logico. Certamente agli Houti la pace converrebbe, perché li troverebbe forti e stabilizzati in una grande parte del Paese e potente interlocutore verso le altre componenti di quest’ultimo. In un senso diverso, la pace converrebbe anche ai sauditi, a condizione di trovare un’uscita salva faccia, perché in questa guerra hanno speso molto, non solo in termini finanziari ma anche in termini di prestigio internazionale, senza aver guadagnato nulla, anzi, addirittura favorendo il consolidamento dell’avversario e la crescita geopolitica di un alleato, gli Emirati Arabi Uniti, che si è ritagliato un’autonoma e forte influenza sulle regioni meridionali dello Yemen e sul principale partito indipendentista del Sud, il Southern Transitional Council. Tra i due principali attori della guerra però, nonostante qualche periodico timido passo di riconciliazione, anche favorito dalle azioni dell’ONU, vige una grande e reciproca diffidenza, e nessuno vuole fare il primo concreto passo verso la cessazione definitiva delle ostilità, solo elemento in grado di aprire la strada a un processo di pace.

Va inoltre considerato che, benché gli Houti non siano del tutto asserviti all’Iran, che pure li sostiene e che li ha incitati all’azione a partire dal 2000, le prospettive per la pacificazione dello Yemen saranno tributarie del rinnovato quadro regionale, che dipende dalla rilettura che gli Stati Uniti di Biden faranno delle intese nucleari con Teheran, nonché delle relazioni con l’Arabia Saudita. Il contesto generale di riferimento sarà quindi l’evoluzione degli “Accordi di Abramo” (non ancora formalmente adottati da Riad, che pure collabora da anni sottotraccia con Israele): gli esiti della guerra potranno essere facilitati oppure tenuti in ostaggio dal modo come si svilupperanno tali processi. I segnali sono in qualche modo contradditori. Se da un lato Biden ha sospeso temporaneamente le vendite militari destinate ad azioni offensive di Riad e ha dichiarato di voler interloquire solo con il Re Salman, tagliando quindi fuori il figlio e Principe Ereditario Mohammed bin Salman, fautore della guerra, non per questo rinuncerà a sostenere un alleato cruciale come l’Arabia Saudita. Né recederà dagli “Accordi di Abramo”, che ne sostengono il confronto con l’Iran, compattano il Golfo, e superano, almeno per ora, il pesante dissidio fra questo e Israele. L’Iran, d’altro canto, modulerà verosimilmente il proprio contributo alla possibile pace a seconda di come andranno le cose sul piano nucleare e di quanto ostilmente o meno evolveranno gli “Accordi di Abramo”.

Lei è stato anche Ambasciatore in Arabia Saudita. A che punto è il processo di democratizzazione del Paese ? 

Bisogna intendersi su che cosa si intenda per democratizzazione in Arabia Saudita. Vedo tre diversi livelli. Un primo livello è quello delle modifiche ad aspetti della società saudita obiettivamente anacronistici e poco comprensibili nel mondo di oggi (guida alle donne, liberalizzazione della musica, accesso delle donne agli stadi…). Il secondo livello è quello più legato alla struttura della società, anche se è una caratteristica che il Regno condivide con altri paesi musulmani (imposizione alle donne del maschio guardiano, disparità di genere nel diritto civile e penale…). Infine, il terzo livello: quello dell’impedimento delle libertà civili vere e proprie, quello dell’assenza di libertà di espressione, quello della pena di morte “per terrorismo” comminata agli oppositori, quello dell’inesistenza degli istituti della democrazia. Sul primo livello, il regime saudita sta compiendo qualche cauto sforzo. Incidere seriamente sul secondo livello comporterebbe importanti destrutturazioni della società saudita che potrebbero non essere tollerate dagli ambienti religiosi e tradizionalisti. Il terzo livello, infine, quello della negazione dei diritti, del perseguimento e dell’eliminazione anche brutale della dissidenza, del divieto di circolazione delle idee, è quello tipico di molti regimi autoritari, quale è indubbiamente quello saudita. Modifiche sostanziali nel secondo livello, incrinerebbero il “patto sociale” fra potere politico e quello religioso e, se vogliamo, fra questi e la parte più retriva della società. Incidere sul terzo livello, comporterebbe senza alcun dubbio la caduta di casa Saud e la probabile instabilità e frammentazione del Regno. Per questo motivo, a meno di eventi esogeni, non vedo la probabilità di progressi nella democratizzazione dell’Arabia Saudita, se non di carattere cosmetico o al massimo di minor momento.

È ben vero che anche in questo ci sono segnali da parte dell’amministrazione Biden, che premerà sull’alleato saudita per un relativo alleggerimento dell’autocrazia, al fine di rendere i Saud meno indigesti ai settori più liberal del Partito Democratico e a quelli più progressisti della società americana. Tuttavia gli Stati Uniti non rischieranno, sul fronte della democratizzazione e dei diritti, l’instabilità o addirittura la caduta di questo loro cruciale alleato.

Va detto comunque che anche nel Regno esistono aree della società che propenderebbero per una democratizzazione. Non hanno vita facile, ovviamente. Tuttavia, se l’annunciata emarginazione di Mohammed bin Salman dalle interlocuzioni con Washington avrà seguito, è possibile che tali settori possano far registrare qualche progresso e venir relativamente tollerati; con l’unico, ma grande, limite, di non compromettere la sicurezza del Regno e di non rappresentare un rischio per la casa reale.

Intorno a ogni conflitto si sviluppa un’economia di guerra. Il parziale stop americano di vendita delle armi all’Arabia Saudita sta provocando effetti sulle economie che hanno un interesse strategico, compresa quella italiana. Qual è la sua opinione? 

Anche l’Italia ha sospeso le vendite di armi. Nel nostro caso si tratta delle bombe prodotte dalla RWM in Sardegna. L’Italia è un importante produttore di materiali per la difesa, ma non ha avuto verso l’Arabia Saudita in guerra, a parte le bombe RWM, un’esposizione analoga a quella di altri Paesi. Per quanto riguarda la fabbrica sarda, diversi movimenti civili ne stanno chiedendo la riconversione su prodotti non bellici al fine di salvaguardare l’occupazione. A parte questo tema specifico, non vedo grandi impatti della decisione americana sulla nostra economia

Semmai una perdita per le industrie belliche si potrà registrare momentaneamente negli Stati Uniti. Ma, attenzione: Biden ha temporaneamente sospeso la vendita di armi “destinate ad azioni offensive”. Non sono un esperto di cose militari, ma pur senza malizia non credo vi sia sempre una grande distinzione fra armi offensive e armi difensive. Voglio dire che l’industria americana, ammesso che il divieto attuale si prolunghi, potrà facilmente e con minimo sforzo riconvertire l’offerta all’Arabia Saudita da armi nominalmente offensive ad armi nominalmente difensive. In ogni caso, l’esposizione degli Stati Uniti verso i sauditi (logistica, sistemi di intelligence, armamenti e materiali di vario tipo) è davvero ingente. Se vi saranno problemi per l’industria americana, o per una parte di essa, saranno presto riassorbiti, anche nel protrarsi dell’attuale divieto.

Ambasciatore Boffo, nel libro “Yemen l’eterno” (Stampa Alternativa, 2019), Lei descrive un viaggio emozionale in quel Paese straordinario. Per averlo vissuto da Ambasciatore d’Italia per circa quattro anni, può raccontare – in breve – il “suo” Yemen ai nostri lettori ? 

Il “mio” Yemen è una terra straordinaria, un Paese profondamente diverso dai vicini della Penisola Arabica, abitato da un popolo antico che, pur operando in regioni climaticamente sfavorite rispetto alla “mezzaluna fertile”, ha senz’altro contribuito nella propria regione alla nascita della civiltà. Gli antichi regni di Main, Hadramout, Kataban, e soprattutto il Regno di Saba, hanno edificato città e alimentato commerci, hanno scritto codici e creato religioni, hanno assicurato traffici commerciali fra l’India e la Malacca e il “Mare Nostrum” sin da un migliaio d’anni prima di Cristo. Il popolo yemenita possiede una profonda consapevolezza della propria storia e dei propri miti, anche quando si tratti di persone di modesto livello sociale. Il territorio è impervio ma impressionante: montagne nelle regioni settentrionali, deserto a est, litorali splendidi lungo il Mar Rosso e il Golfo di Aden, mari cristallini, soprattutto sulle sponde dell’Isola di Soqotra, autentico paradiso ambientale e biologico. Le città, costruite in pietra e mattoni a Sana’a, a Thula, ad Al Mahwit, di fango e paglia a Shibam, la “Manhattan del deserto”, hanno affascinato viaggiatori, scrittori, poeti. Il fascino dello Yemen catturò anche Pier Paolo Pasolini. Fu lui a percepire prima di altri il dramma di un Paese fieramente ancorato alla propria identità ma vulnerabile rispetto all’incombere di una modernità indecifrabile e omologante. Al termine delle riprese riservate al “Decameron”, nel 1970, il poeta volle girare un documentario, che intitolò “Le Mura di Sana’a”, nel quale rivolgeva un appello al mondo affinché salvaguardasse l’identità e il prezioso patrimonio culturale dello Yemen. A seguito di quest’appello, l’UNESCO dichiarò pochi anni dopo la città di Sana’a patrimonio dell’umanità.

Il secondo tema che mi ha colpito, è la grande tradizione storica che alimenta i rapporti dello Yemen con l’Italia, tradizione che rappresenta anche un grande capitale politico sul quale il nostro Paese può ancora contare. Quando dopo la Grande Guerra l’Impero Ottomano si sfaldò, e le potenze europee gareggiavano nello stabilire protettorati nelle vaste regioni liberate dalla Sublime Porta, l’Italia, allora presente nella colonia eritrea, propose allo Yemen un trattato assolutamente paritario di buon vicinato, commercio e collaborazione, nel quale riconosceva l’indipendenza dello Yemen e la sovranità del re Yahia Muhammed  Hamid ed-din. Un’azione positivamente eversiva rispetto all’operato delle altre potenze. Grazie al trattato bilaterale, firmato nel settembre del 1926, lo Yemen diventava per la prima volta nella Storia soggetto di diritto internazionale, e l’Italia fu, fino alla Seconda Guerra Mondiale, il suo Paese estero di riferimento. Memori di questo, gli yemeniti nutrono ancora gratitudine verso l’Italia e gli italiani. Anche perché sono tanti gli italiani che hanno intrecciato le loro vite con le vicende dello Yemen: Cesare Ansaldi, capo della Missione Medica Italiana a Sana’a nei primi anni trenta e autore di uno dei libri più accurati sulla storia, i miti e i costumi del popolo yemenita; Amedeo Guillet, eroe di guerra in Eritrea e poi primo ambasciatore europeo residente nello Yemen negli anni cinquanta; il dottor Mario Livadiotti, che curò la famiglia reale, visse il colpo di stato del 1962, curò i presidenti repubblicani, ma curò gratuitamente anche il popolo, istituendo a proprie spese ambulatori che la gente raggiungeva anche da aree molto lontane; Alessandro de Maigret, che guidò per anni la Missione Archeologica Italiana, permettendo, con le sue scoperte, la riscrittura di intere pagine di storiografia sull’Arabia Felix. Anche prima, del resto, altri italiani erano passati per lo Yemen o vi avevano vissuto: Renzo Manzoni, nipote di Alessandro, che visitò il paese alla fine del XIX secolo e ci tramandò un gustoso resoconto di viaggio (“El Yemen”); Giuseppe Caprotti, cui si deve l’acquisizione dei manoscritti custoditi presso la Biblioteca Ambrosiana, ma che fu anche filantropo e benefattore in anni difficili, a cavallo fra XIX e XX secolo. Fu un italiano anche il primo visitatore dello Yemen in età moderna ai primi del XVI secolo: il bolognese Ludovico de Varthema, che descrisse le proprie avventure nel libro “Itinerario”.

Affascinato da tutte queste cose, purtroppo ignote al grande pubblico, decisi di scrivere il libro per contribuire alla loro conoscenza. Volli farlo, però, con il linguaggio delle emozioni, perché solo così speravo di rendere l’essenza del Paese. Nel libro, la città di Sana’a si rivolge al lettore parlando in prima persona, come farebbe una donna dall’estremo fascino; e il senso profondo dello Yemen è raccontato in prima persona da Bilqis, la mitica, misteriosa ed enigmatica Regina di Saba.

Un’ultima questione, d’interesse più ampio. L’industria della difesa è importante per l’economia di molti Paesi europei. Ne sono forti oppositori i movimenti pacifisti. Se l’Europa vuole diventare una potenza al pari di Cina, Stati Uniti e Russia, non si dovrà dotare di un sistema comune di difesa, quello che si chiama “esercito europeo”?

Certo che sì. Il cammino dell’Unione Europea, tuttavia, è tormentato, e va avanti a sbalzi. Un esercito europeo (vorrei dire dell’Europa, non esclusivamente dell’Unione, perché il potenziale britannico è rilevante) risentirebbe, ora come ora, della debolezza di un’Unione nei fatti non sufficientemente integrata sul piano politico generale e su quello delle politiche condivise. Aver fatto l’unione monetaria senza avere un’unione economica integrata, ha fatto emergere una serie di problemi. In termini analoghi, fare un esercito europeo senza compiere consistenti passi verso l’unione politica, o almeno verso una seria integrazione politica e della politica estera, vanificherebbe l’impresa. Se infatti i membri dell’Unione Europea continueranno a perseguire in politica estera finalità nazionali,  autoreferenziali e prive di obiettivi comuni e condivisi, l’esercito europeo sarebbe poco più di un esercito da parata.

Detto questo, e fatta la tara di quanto precede, unire le difese dei vari stati europei aumenterebbe di molto la potenzialità di interlocuzione internazionale dell’Europa e, imponendo una collaborazione industriale, contribuirebbe anche al difficile consolidamento economico del nostro continente.

In ogni caso, bisognerà tener conto della NATO. Quasi tutti i membri dell’Unione Europea sono parte dell’Alleanza Atlantica, come pure il Regno Unito, che è uscito dall’Unione. Questa situazione contempla senza dubbio un’economia di scala e alcune opportunità di collaborazione, ma anche alcune potenziali contraddizioni: l’esercito europeo sarà alternativo alla NATO? Sarà integrato con l’Alleanza? Costituirà una “colonna” della difesa occidentale del tutto paritaria all’Alleanza Atlantica, o sarà a essa di fatto subalterna? Come si coordinerà la politica militare di paesi che saranno contemporaneamente membri dell’una e dell’altra alleanza? Potranno nascere incomprensioni o divergenze di interesse?

 Mi dispiace concludere quest’intervista ponendo io delle domande. Ma si tratta di quesiti retorici che è necessario porsi, perché nel mondo attuale nessuno può agire o decidere per conto proprio senza considerare le mille interrelazioni esistenti, e questo è particolarmente vero per i temi della difesa collettiva.

 Naturalmente molto dipenderà da come evolverà il rapporto generale fra Europa e Stati Uniti e da come si svilupperà il confronto con Russia e Cina. Entrambi i contesti si presentano ricchi di opportunità, ma anche non privi di ambiguità.

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