martedì, Giugno 15, 2021

LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO E IL MONDO DELLE MERAVIGLIE

Da poco più di 30 anni abbiamo a che fare con le conseguenze della fine dell’ordine bi-polare. Se ne è parlato, lo scorso 18 marzo, in un webinar dal titolo Innovazione tecnologica e globalizzazione, dalla caduta del Muro ad oggi, organizzato dalla Thinking Academy di GEOsmartcampus.

Negli ultimi 30 anni la storia è tornata, non essendo mai finita come pensava Francis Fukuyama all’inizio degli anni ’90. Quelle certezze “incrollabili” riguardo alla democrazia di mercato e al capitalismo, teorizzate in conseguenza dell’euforia da libertà ritrovata (grazie al crollo dell’ultimo totalitarismo del ‘900), si sono infrante in un mondo che si caratterizza per essere un mondo-in-tre-mondi: della innovazione, del disagio e delle disuguaglianze, dei conflitti e dei muri. Si tratta di tre dinamiche, profondamente com-presenti e interrelate, del/nel mondo che viviamo.

Certo l’innovazione tecnologica, mondo delle meraviglie, si è rivelato il punto intorno al quale il mondo, e i mondi, vivono una metamorfosi da cambio di era. Dal punto di vista culturale e politico, questa è la nostra tesi, il passo per entrare consapevolmente (da soggetti storici) in quel mondo è ancora ben lungi dall’essere stato tentato.

La forza e la potenza dell’innovazione si scontrano, complice la pandemia, con la fragilità dei nostri sistemi democratici, con la inadeguatezza dei paradigmi sui quali gli stessi si reggono, con la loro incapacità di garantire benessere diffuso e con la sempre crescente difficoltà di mantenere coesione sociale. Come molti notano, siamo in una situazione nella quale si amplia la forbice tra i ricchi, sempre di meno e sempre più ricchi, e i poveri, sempre di più e sempre più poveri: si guardi, solo a esempio, a ciò che sta accadendo alle classi medie in giro per il mondo.

Non voglio velare di pessimismo questa riflessione ma considero che occorra colmare la distanza tra l’impianto sistemico del mondo-che-è e il mondo delle meraviglie, dell’innovazione tecnologica. Ci sono diversi problemi sul tappeto: uno culturale, di comprensione dell’innovazione e di com-prensione dell’innovazione in noi (siamo noi che la generiamo); un secondo problema riguarda la velocità dei processi in atto, il fatto che la nostra capacità d’innovazione non aspetta i tempi delle nostre “pesantezze” burocratiche e della nostra abitudine al “fare lineare” e non all’ ”agire complesso”; un terzo problema riguarda la radicalità dell’innovazione che, in quanto tale, non è neutra ma incide profondamente sulla natura di ciò che conosciamo (si pensi agli impatti sul mercato del lavoro).

È decisivo, nel cambio di era, guardare a un framework di “riflessioni per la decisione” che entrino nel merito di cosa devono essere “classi dirigenti” adeguate ai tempi.

Mi sembra necessario: ri-pensare (pensare continuamente) visioni e strategie nella infosfera; investire nella educazione alla complessità, alle complessità, al pensiero critico e complesso (accogliendo la sfida della transdisciplinarità); lavorare nella ri-fondazione di un pensiero politico e di una filosofia del presente; ri-fletterci nella crisi (de-generativa) dell’ordine liberale; capire il “nuovo” ruolo degli Stati (in particolare guardando ai grandi progetti strategici come la Belt and Road Initiative) e studiare le prospettive dei sistemi democratici liberali; calarci nella metamorfosi del capitalismo; ri-tornare alle città come laboratori d’innovazione e di una politica in ri-fondazione; lavorare sul rapporto tra innovazione tecnologica e salute pubblica; assumere il superamento delle disuguaglianze come priorità per mantenere la coesione sociale; lavorare decisamente, con l’ausilio indispensabile delle nuove tecnologie, sui temi dell’emergenza climatica e della questione energetica; prestare molta attenzione al fattore demografico; capire, nella infosfera, l’evoluzione dei sistemi di difesa e d’intelligence (dalla Terra allo spazio). Tutto questo, ben inteso, studiando le prospettive multilaterali di un mondo alla ricerca dell’ordine perduto.

Come si vede, il pensiero va diretto, e non potrebbe essere altrimenti, alla elaborazione di un “progetto di civiltà” (geostrategico): per vivere il mondo-che-siamo, percorso dall’oltre, futuro già presente.

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