domenica, Luglio 25, 2021

GEO, INNOVAZIONE, DIGITALIZZAZIONE E DIPLOMAZIA “FLAT & OPEN”

The Science of Where Magazine incontra Marco Alberti, Diplomatico e Senior International Institutional Affairs Officer di Enel. Alberti  è autore del libro “Open Diplomacy. Diplomazia economica aumentata al tempo del Covid-19″ (Rubbettino, 2021)

Qual è la tesi del Suo libro “Open Diplomacy. Diplomazia economica aumentata al tempo del Covid-19“?

Open Diplomacy racconta un’esperienza di diplomazia economica vissuta all’interno di Enel. Una riflessione sull’importanza di accompagnare la crescita e la competitività internazionale del Paese e delle sue imprese, specialmente all’indomani della pandemia, valorizzando l’innovazione (anche in diplomazia) e sperimentando percorsi operativi (a favore del Sistema Paese) centrati su un dialogo pubblico-privato aperto, dinamico, interattivo. Viviamo in tempi esponenziali, nei quali le relazioni internazionali sono popolate da un numero crescente di attori. Superate le logiche top-down del mondo analogico, quello digitale punta alla co-creazione bottom-up di progetti, iniziative, attività.  Quando mi sono laureato, Google non esisteva; oggi processa più di 5 miliardi di ricerche al giorno, cioè oltre 200 milioni all’ora. Una ventina d’anni fa, quando entrai in diplomazia, internet aveva appena 390 milioni di utenti, mentre oggi sono 4 miliardi, cioè il 60% della popolazione mondiale. Nel frattempo, le città hanno acquisito un ruolo di primo piano sulla scena internazionale e la competitività, specie a livello globale, non si gioca più soltanto sulla qualità del prodotto o la forza del brand, come in passato, ma piuttosto su innovazione, sostenibilità e dinamismo degli ecosistemi. Tali cambiamenti pongono sfide importanti alla diplomazia, specialmente a quella economica, chiamata ad esercitare un ruolo unico e insostituibile, di tipo “integrativo”, rispetto agli altri attori del Sistema Paese; per intenderci, un ruolo simile a quello svolto negli ecosistemi informatici dal system orchestrator. Partire da questa consapevolezza consente di valorizzare le potenzialità della diplomazia. Grace Hopper, pioniera della programmazione informatica, riteneva che la frase “Abbiamo sempre fatto così” fosse una delle più pericolose per il genere umano. E aveva ragione.

Il rapporto digitalizzazione-innovazione-diplomazia è straordinariamente importante nel tempo che viviamo. La digitalizzazione e l’innovazione, a Suo giudizio, sono entrati strategicamente nelle agende dei governi?

La digitalizzazione è diventata un argomento strategico anche perché ha, per così dire, “travolto” il principio di “immodificabilità” delle professioni che per molti decenni ha retto il sistema. Le nuove tecnologie non si limitano a modificare gli strumenti, ma penetrano in profondità le strutture organizzative ed operative. Per questo, anche la Pubblica Amministrazione riflette su come innovare per rispondere alla velocità del cambiamento, soddisfare le attese de cittadini, interagire efficacemente con i vari stakeholder, incluse le imprese. In un certo senso, potremmo dire, la piena realizzazione del mandato normativo al quale una funzione pubblica è vincolata passa attraverso processi innovativi, pensati e gestiti secondo le peculiarità istituzionali. La digitalizzazione presuppone processi aperti e collaborativi, consente una convergenza di elementi diversi e metodi nuovi con altri più consueti, cioè una sorta di mix fra best practise next practise. Tutto ciò, a mio avviso, facilita il dialogo pubblico-privato, perché da entrambe le parti c’è consapevolezza che nel mondo digitale il valore è creato lungo percorsi orizzontali, aperti e collaborativi. D’altro canto, la velocità del cambiamento è tale da non lasciare molte alternative. Mentre parliamo di digital diplomacy, cioè dell’uso di strumenti digitali per l’esercizio dell’attività diplomatica, in realtà constatiamo come le tecnologie digitali stiano propiziando l’avvento di una data-driven diplomacy, concetto molto più profondo e strategico, che indica la progressiva trasformazione dell’attività diplomatica per effetto dei dati. Come l’Industria 4.0, anche la Diplomazia 4.0 si confronta con il bisogno di gestire la complessità internazionale facendo ricorso a intelligenza artificiale, robotica e machine learning, tecnologie digitali sempre più evolute, quasi tutte collegate all’uso di Big Data. In un mondo nel quale i meccanismi economico-produttivi saranno riorganizzati intorno all’e-politics, all’e-industry, all’e-commerce, i Big Data tenderanno a modificare (almeno in parte) anche le funzioni tipiche della diplomazia, dal negoziato sui grandi temi globali alla promozione economico-commerciale, dalla comunicazione pubblica ai servizi consolari. La domanda giusta da porsi, quindi, non è “se” in questo nuovo mondo la diplomazia servirà, perché in futuro ce ne sarà sempre più bisogno, ma “quale” diplomazia offrire ad un mondo sempre più veloce, digitale, automatizzato, nel quale il confronto si sta rapidamente spostando dal controllo sul territorio a quello sulla tecnologia.

Come stanno evolvendo i rapporti di potenza tra player globali, e le pratiche della diplomazia, guardandoli dal punto di vista della digitalizzazione e dell’innovazione? C’è la consapevolezza dei Paesi Occidentali, e delle democrazie liberali, di doversi ripensare alla luce del rapporto che stiamo analizzando?

Innovazione e digitalizzazione sono entrate nelle agende strategiche dei governi perché da esse dipendono sia la loro influenza internazionale, sia la competitività dei rispettivi sistemi economici. Oggi, come qualcuno ha sottolineato, l’obiettivo non è più “conquistare territori”, ma “territorializzare lo spazio digitale”, cioè l’ambito nel quale fioriscono le migliori opportunità di crescita e sviluppo, ma dal quale provengono anche le minacce più delicate alla sicurezza dei Paesi. Il confronto sul 5G è un esempio dell’importanza acquisita dalla tecnologia nell’equilibrio globale di potenza. Ma anche di come i rapporti di potenza presuppongano necessariamente un dialogo pubblico-privato più solido e collaborativo. È vero che i big data sono nel cloud, ma ci arrivano attraverso cavi a fibra ottica, molti dei quali – seppur posati su suolo pubblico – appartengono ad aziende private. Per questo motivo, da una geopolitica dei territori stiamo passando ad una geopolitica dei dati: essi sono risorsa-chiave per la creazione di potere, influenza e valore competitivo. Tutto questo comporta molta innovazione, sia di tipo tecnologico, sia di tipo operativo.

Di tutto ciò la diplomazia è consapevole, e, nel rispetto delle sue peculiarità, si sta attrezzando per dare risposte credibili alle nuove esigenze, cioè per creare valore pubblico per i propri interlocutori. Una strada possibile, non l’unica ovviamente, è quella di un rapporto pubblico-privato aperto e dinamico costruito sull’asse dell’open innovation, che è la proposta alla radice di Open Diplomacy.

Jack Dangermond, Fondatore e Presidente di Esri, parla di geo-intelligenza. C’è il necessario ritorno della geografia come disciplina fondamentale per comprendere il mondo e delle tecnologie legate a essa (il complesso chiamato “the science of where”) per il management dei dati finalizzato alla decisione strategica. Il rapporto digitalizzazione-innovazione-diplomazia non ha dunque bisogno di un’alleanza progettuale tra istituzioni, aziende e università?

Parto dalla fine. Credo che aprirsi all’interazione con un numero sempre più ampio di stakeholder, pubblici e privati, sperimentare metodi di lavoro inediti, raccogliere idee per risolvere problemi di crescente complessità (che nessuno può affrontare da solo), sia indispensabile per tutelare e promuovere l’interesse nazionale, che resta il faro di qualunque azione diplomatica. Non si tratta di rivelare segreti, naturalmente, o di “collettivizzare” le informazioni. Si tratta piuttosto di creare nuove alleanze di tipo multistakeholder. Queste ultime, come lei giustamente sottolinea, non possono riguardare solo la fase esecutiva del processo, ma devono includere quella “progettuale”. Non a caso, nel libro sottolineo come il diplomatico del futuro assomigli molto ad un project manager. Più in generale, da una parte credo che la geografia manterrà una sua importanza; dall’altra mi pare che la geopolitica stia attraversando una profonda “mutazione genetica”; il “geo” in altre parole, non si lega più solo allo “spazio fisico”, come in passato, ma anche allo “spazio funzionale”, come lo definisce Parag Khanna. Alla tradizionale componente “politica” della geografia si affiancherà un mondo “de facto”, costituito da connettività digitale e da connessioni funzionali. Tutto ciò, evidentemente, sta modificando in profondità il concetto di “relazione internazionale”, sempre più ibrida, ma anche quelli di influenza, di sicurezza, di promozione dell’interesse nazionale.

Per rispondere a queste sfide, cruciali e irreversibili, anche la diplomazia dovrà correlare ciò che le persone sanno (conoscenze), sanno fare (capacità) e sanno essere (comportamenti/atteggiamenti). Da qui l’importanza di un’alleanza progettuale sempre più stretta tra istituzioni, aziende e università.

Infine, se Lei dovesse guardare al mondo tra 10 anni, come lo descriverebbe?

Non solo “flat”, come lo descrisse Tomas Friedman nel suo celebre libro The world is flat, pubblicato nel 2005, ma “flat & open”. Ci credo così tanto che ho dedicato a questo concetto un intero capitolo di Open Diplomacy. E, in un certo senso, l’intero libro. Le principali sfide globali, del resto, sono diventate così interdipendenti che sarebbe illusorio pensare di affrontarle e gestirle senza rapporti aperti e multistakeholder. La transizione ecologica rappresenta un esempio di questa evoluzione: una sfida competitiva ma anche collaborativa, che coinvolge vari attori, pubblici e privati, e che si presenta allo stesso tempo politica, economica e tecnologica, poiché è ormai impossibile disgiungere l’ambiente dalla competitività economica, e quest’ultima dall’innovazione tecnologica.

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