sabato, Febbraio 24, 2024

SUMMIT FOR DEMOCRACY E “REALISMO TECNOLOGICO”

Dopo il Summit for Democracy promosso dal Presidente americano Biden, un dibattito sul senso e sul significato dell’iniziativa è necessario.

La posizione qui esposta è tesa a criticare l’idea di democrazia come modello: chi scrive ha a cuore la democrazia liberale, quella che cura, tutela e valorizza i diritti e le libertà. Il sistema liberale, però, è in profonda crisi de-generativa. Le democrazie liberali, infatti, rischiano di diventare dei modelli certi e di non esercitarsi nella pratica complessa dell’essere processi che vivono nell’incertezza e nella imprevedibilità della realtà: l’essere processi è ben più difficile perché prevede il progressivo miglioramento della mediazione e della visione verso una irraggiungibile (fortunamente) compiutezza sistemica.

Rivolgere critiche al sistema liberale non significa, per quanto ovvio, andare a braccetto con sistemi autocratici o autoritari: Cina, Russia, Turchia, e non solo, esprimono, invece, un vero e proprio modello (e lo rivendicano) di organizzazione istituzionale della convivenza. Non entro nel merito di quale tra i sistemi descritti risulti essere più efficiente (anche perché i dati e le considerazioni sono spesso troppo carichi di propaganda) ma mi limito a considerare come la competizione muscolare tra gli stessi sulla base dei sistemi-come-valori abbia una deriva chiara: la estremizzazione/radicalizzazione delle posizioni, la spinta sul conflitto e su politiche dal sapore nazionalistico e le difficoltà di dialogo.

Anche perché, con realismo, i diversi sistemi sono profondamente interrelati. E’ chiaro che ci sono realtà che potremmo definire minacciose, penso alla Cina, ma è altrettanto vero che quel sistema ha avuto gioco facile in una partita nella quale l’ “avversario” esprimeva, e continua a esprimere, una debolezza strutturale (a cominciare dalla incapacità di definire regole di governance globale: siamo a 20 anni dall’ingresso della Cina nella WTO).

In tutto questo ragionamento, certamente da approfondire, come si colloca la grande partita delle tecnologie emergenti ? Assume un ruolo fondamentale: è uno degli elementi sul quale, al di là dei sistemi-come-valori, si sta ridefinendo quello che potremmo chiamare l’ordine geostrategico. Su questo occorre lavorare perché il paradigma tecnologico è ciò che, più di altro, sta trasformando il mondo.

Ci vuole, a mio avviso, una grande alleanza tra istituzioni, aziende, università, popoli per finalizzare l’innovazione tecnologica alla soluzione dei grandi, e gravi, problemi che affliggono il pianeta: in primo luogo, l’azione sul clima e la salute globale. Dovrebbe trattarsi di un’alleanza che, partendo da riflessioni come il Il Manifesto della Società 5.0, si cali nelle profonde interrelazioni tra le sfide del tempo che viviamo. Ci vuole una “competizione cooperativa” nei “dove” dell’umanità: se la tecnologia è fortemente competitiva, la cooperazione si rende necessaria anche per permettere la competizione.

In conclusione, piuttosto che insistere con iniziative che spingono sulla competizione tra sistemi-come-valori, sarebbe bene investire su alte mediazioni che tengano conto delle differenze e dei rapporti di forza che esse generano. La tecnologia può essere un laboratorio per immaginare innovative visioni di futuri, sempre ponendo al centro la salvaguardia dell’umanità e del pianeta.

 

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